Letta mette ‘Melancont’ in frigo, ma ha già pronto il ‘Patto dell’Aringa’

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ROMA – “Non ha mai detto ‘Conte’ e nemmeno ‘Cinque Stelle’…”. Talvolta ai Democratici bastano le omissioni. Come quelle di Enrico Letta che nelle quasi due ore di relazione e replica alla direzione nazionale del Pd, dimentica l’alleato di sempre: Giuseppe Conte l’avvocato del popolo che da settimane da’ filo da torcere ai Dem, a colpi di battute al vetriolo, voti in dissenso, minacce. Per un giorno sparisce dal cuore e dalla testa del numero uno di Largo del Nazareno. “Dopo tanto penare, stavolta ha messo ‘Melancont’ in frigo, si merita l’unanimità”, è il commento che arriva a votazione conclusa, quando tutti i membri della direzione plaudono alla linea del segretario.

In realtà Letta ha giocato di astuzia, e di sponda. Perché anche senza citare lo scomodo alleato, ha ribadito la necessità di una coalizione per essere competitivi alle elezioni del 2023. E la coalizione la fai con il ‘Melanchon’ pentastellato, al secolo Giuseppe Conte. Così i Cinque Stelle ricicciano, direbbero a Roma.

Il ragionamento del leader dem parte dalla legge elettorale. Quella attuale (mix di maggioritario e proporzionale) è “la peggiore in assoluto”, ribadisce Letta che prende l’impegno solenne a cercare di cambiarla. Ma il punto è come: virando sul proporzionale alla tedesca, il che equivarrebbe a un sostanziale liberi tutti, o piuttosto mantenendo un elemento maggioritario, con un premio di maggioranza, che tenga in piedi il bipolarismo? Letta sembra guardare a questa seconda ipotesi e lo si capisce quando dice che quale che sia la legge elettorale, senza l’unita’ della coalizione si perderebbe. “L’autosufficienza non è un punto di forza ma di debolezza, la ricerca delle alleanze va fatta comunque, quale che sia la legge elettorale”, dice alla direzione dem. A questo punto Conte e i Cinque stelle, usciti dalla porta, rientrano dalla finestra della direzione dem, con qualche disappunto delle correnti critiche come renziani e giovani turchi.

Ma ad evocarli ci pensa Dario Franceschini, l’uomo che da un po’ di tempo in direzione assolve al ruolo di quello che dice le cose scomode. “L’alleanza con il M5S non è una condanna o un obbligo di questa legge elettorale con i collegi uninominali: e’ una scelta strategica per allargare l’area riformista che prescinde dalla legge con cui si voterà” dice chiarendo le conseguenze della premessa lettiana.

Il carico da 90 ce lo mette poi lo stesso Letta quando nella mezz’ora di replica in chiusura dei lavori della direzione, pronuncia la frase che fa gelare il sangue nelle vene di molti: “Noi non vogliamo cambiare la legge elettorale perché vogliamo andare al governo sia che vinciamo o perdiamo: noi andiamo al governo se vinciamo, altrimenti ci saranno Salvini e Meloni per tutta la legislatura”. Paura in sala. Più d’uno mugugna.

In ogni caso c’è poco tempo per eccepire, per chiedere chiarimenti. Letta sta dicendo che non smonterà il bipolarismo. E che dunque i Cinque Stelle – o quel che sarà se in quella parte del Campo nascerà una Cosa progressista alla Melanchon – restano alleati imprescindibili. Ma ai più critici tra i Dem oggi basta non sentirli nominare. Il silenzio è d’oro.

E non fa niente che Letta prenda Conte per la gola invitandolo al pranzo che domani terrà con la premier finlandese Sanna Marin. Sarà il patto dell’aringa… in salsa atlantica, obviously.

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