Ucraina, le storie di Julija e Iryna: “Grazie all’Italia, i nostri sono figli salvi”

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ROMA – Due donne ucraine accomunate da un unico crudele destino: la guerra. Due madri costrette a fuggire dal proprio Paese invaso dalla violenza di un nemico più grande di loro e che cercano in Italia una vita migliore, per se stesse e per le proprie famiglie. Si chiamano Julija Shkred e Iryna Zubar, sono arrivate in Italia poco tempo fa, rispettivamente il 14 marzo da Volnovaskyi Raion, nel distretto di Novotroitske, e il 3 aprile da Melitopol.

L’agenzia Dire le ha incontrate a Roma sul sagrato della chiesa ucraina di Santa Sofia, uno dei principali centri di preghiera per il popolo ucraino in Italia e, dallo scoppio del conflitto lo scorso 24 febbraio, divenuta centro di raccolta di aiuti da inviare alle zone invase dalla Russia di Putin.

È qui, nel quartiere Boccea, che il rettore della basilica di Santa Sofia, don Marco Jaroslav Semehen, ha allestito una macchina organizzativa praticamente perfetta. Ed è qui, dove ovunque campeggia la bandiera giallo-blu dell’Ucraina, che Julija e Iryna, assieme a tante altre donne, si incontrano quasi ogni giorno, anche per studiare la lingua italiana e sentirsi meno sole. Entrambe, con l’aiuto del traduttore, Michele Duminskyj, si raccontano alla Dire con grande compostezza e dignità.

Iryna occhi verdi pieni di speranza, occhiali da sole poggiati sul capo, ha 39 anni ed è mamma di tre figli: il più grande, Maksym, ne ha 13. Poi ci sono Viktor, cinque anni, e la piccola Angela di un anno e mezzo. Mentre la mamma ripercorre le vicende che l’hanno portata a lasciare il proprio Paese per poi arrivare a Roma, i suoi bimbi giocano insieme al padre, rincorrendosi sul piazzale della chiesa.

“Siamo arrivati qui in macchina- dice- dopo aver attraversato dieci Paesi. La prima nazione al di fuori del confine con l’Ucraina è stata la Moldavia. Una volta passata abbiamo scelto di venire direttamente in Italia, un Paese che ci piace moltissimo”. Mentre parla accenna a un timido sorriso, a volte si commuove ricordando quello che ha vissuto da quando ha dovuto abbandonare Melitopol. Oggi la sua città è occupata dall’esercito russo “e lì- aggiunge- prima dello scoppio della guerra ero in maternità, che nel mio Paese dura tre anni. In Ucraina avevamo un negozio che gestiva mio marito”.

Se Iryna, suo marito e i suoi tre figli sono oggi al sicuro qui in Italia, lo stesso non può dirsi per altri suoi familiari rimasti in Ucraina. “Nella mia città sono rimaste mia mamma e mia sorella con la sua famiglia. Cerco di parlare con loro il più spesso possibile, ma riesco a sentirle una o due volte a settimana o una ogni due settimane. Il problema è che nel territorio occupato il gestore telefonico non funziona molto bene. Sembra quasi che l’esercito russo riesca a bloccare il segnale e a impedire le chiamate”.

Dall’Ucraina, intanto, non arrivano buone notizie: la Russia non sembra volersi fermare, il conflitto non sembra vedere la parola fine. Ecco, allora, che Iryna deve trovare le parole giuste per cercare di tranquillizzare i propri figli. ‘È un argomento molto delicato- afferma- che ai bambini deve essere spiegato con assoluta delicatezza. Ai miei figli spiego che siamo stati attaccati dall’esercito russo ma che, di questo, non abbiamo alcuna colpa, non abbiamo fatto niente di male. Cerco di tranquillizzarli e ora, in questi ultimi giorni, mi rendo conto che sono riusciti ad allontanarsi dalla paura. Ricordo che quando siamo arrivati in Italia i miei figli avevano paura anche quando in cielo passava un aereo civile, si sentivano minacciati ma oggi, ripeto, questa paura sembra essere passata”. “Ovviamente- aggiunge- non vorrei che i miei figli nella loro vita sentissero i bombardamenti o le sirene, che sono già una cosa spaventosa. Ecco perché- ma lo dice commuovendosi- una volta finita la guerra, preferirei rimanere a vivere in Italia”.

Iryna è una mamma. Domenica sarà, quindi, anche la sua festa, come quella di tutte le mamme. Impossibile non rivolgere un pensiero a sua madre, lontana migliaia di chilometri. ‘Vorrei regalarle un grande mazzo di fiori di camomilla, sono quelli che le piacciono di più- racconta- mentre io ho già avuto il mio regalo: essere qui mi dà serenità, mi fa stare bene’. Iryna rivolge, infine, un pensiero al Paese che l’ha accolta a braccia aperte. ‘Vorrei ringraziare moltissimo l’Italia e gli italiani per tutto l’aiuto ed il sostegno che riceviamo’, ci dice, prima di salutarci e andare a fare lezione di italiano.

Se parlare con Iryna è stata una forte emozione, è davvero difficile trattenere le lacrime ascoltando le parole di Julija. Jeans, capelli raccolti, braccia conserte quasi a difendersi, a voler alzare una barriera, anche lei, come Iryna, ha un fazzoletto in mano pronto ad asciugare le lacrime. Anche lei e la sua famiglia, così come Iryna e tutte le donne, gli uomini e i bambini fuggiti dal conflitto, si stanno lentamente riprendendo dal trauma della guerra. O almeno è quello che provano a fare.

Julija ha 35 anni, è giunta in Italia insieme al marito. Anche lei ha la fortuna di essere riuscita a portare nel nostro Paese i suoi tre figli: la più grande, 20 anni, ha il suo stesso nome. Poi ci sono Vadym, 10 anni, e la piccola Solomia, che di anni ne ha quattro.

L’Italia ha accolto i cinque componenti della famiglia Shkred al termine di un viaggio lungo e complicato, iniziato da una piccola cittadina dalla regione di Donetsk. “Inizialmente siamo stati evacuati dalla nostra città- informa- poi siamo arrivati a Leopoli in treno e abbiamo attraversato la Polonia e la Germania”.Nonostante tutti questi disagi, Julija non ha dubbi. ‘Se oggi mi diceste che la guerra è finita- si commuove- farei le valigie e tornerei subito a casa’.

La strada per tornare alla normalità è ancora in salita. ‘Per il momento qui in Italia non abbiamo una occupazione. Stiamo imparando la vostra lingua, che è un po’ complicata, ce la stiamo mettendo davvero tutta per poi trovare un’occupazione. In Ucraina mio marito non lavorava molto perché malato, si occupava della gestione della casa. Io, invece, compravo frutta e verdura dai contadini e la rivendevo al mercato. A casa lavoravamo anche il nostro orto”.

Nessuno potrà mai comprendere cosa questa giovane donna porti dentro di sé, quali pensieri la accompagnino durante il giorno. Anche lei, però, sa che la sera andrà a dormire con accanto i propri figli. “Dove noi abitiamo- tiene a precisare Julija- la guerra non è iniziata il 24 febbraio, come tanti pensano. Nella nostra città la guerra è cominciata otto anni fa. I nostri figli hanno infatti vissuto e sentito le prime esplosioni, i primi bombardamenti, i primi combattimenti nel 2014. Ovviamente dopo il 24 febbraio le bombe sono iniziate a cadere senza fermarsi e, come dicevo, sono già 8 anni che, purtroppo, vivono questa esperienza. In genere preferisco non parlare di questo argomento con i miei bambini”.

Un’esperienza, drammatica, che Julija e la sua famiglia si sono messe alle spalle. Lo stesso non accade, invece, per altri suoi familiari. “Nella mia città, ora occupata dall’esercito russo, vivono due mie sorelle- dichiara- e con loro riesco a parlare davvero raramente solo tramite WhatsApp, Viber o altre applicazioni di messaggistica. Riesco invece a sentire abbastanza spesso una terza sorella e mio padre, che si trovano su territorio libero controllato dall’Ucraina”.

Le difficoltà sono molte. Ma una piccola, grande vittoria, Julija l’ha conquistata. “Già il fatto di avere i miei figli con me, vivi e salvi, significa davvero molto”. Anche la giovane mamma vuole dire una cosa prima di salutarci. E anche in questo caso le lacrime bagnano il suo viso. “Roma e l’Italia ci piacciono moltissimo. Così come ci piace moltissimo Frosinone, dove adesso stiamo abitando. Voi italiani ci avete accolto molto bene, ma appena finita la guerra ci piacerebbe tantissimo tornare in Ucraina, poter vivere nella nostra casa e continuare a lavorare come facevamo prima. Speriamo davvero di avere presto la pace e, magari, di poter ritornare in Italia per visitarla come turisti”.
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