Una migrante curda incinta muore al confine tra Polonia e Bielorussia

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Dalla nostra inviata Alessandra Fabbretti

VARSAVIA – Da giorni il bambino che portava in grembo non si muoveva più: troppo faticoso per una donna incinta al sesto mese trascorrere settimane nei boschi, senza cibo e acqua sufficienti e con il freddo pungente di questa stagione. Quando i medici dell’ospedale di Hajnowka, nel nord-est della Polonia, l’hanno soccorsa, l’11 novembre scorso, Avin Irfan Zahr gridava di dolore e la sua temperatura era di 27 gradi. I sanitari le hanno fatto un cesareo d’urgenza e hanno tentato di salvarla dalla setticemia, ma venerdì 3 dicembre si è spenta anche lei.

A raccontare la sua storia è Fundacja Dalog, un’organizzazione umanitaria cattolica che da settembre lavora per fornire assistenza ai migranti bloccati al confine tra Polonia e Bielorussia. Oltre 300 le persone assistite finora. Come riporta la Fondazione stessa sui suoi canali social, Avin Irfan Zahr aveva 38 anni ed era arrivata ai primi di novembre con il marito Murad e i cinque figli in Bielorussia dal Kurdistan iracheno, come centinaia di altri profughi che dall’estate scorsa hanno raggiunto Minsk per tentare poi di ottenere l’asilo in un vicino Paese dell’Unione europea. Per giorni la famiglia ha vissuto nei boschi al confine bielorusso, poi i sette erano riusciti a entrare nel lato polacco. Qui, dopo quattro giorni e notti trascorse tra gelo e stenti, la donna ha iniziato a stare molto male. Quando finalmente i volontari di Fundacja l’hanno raggiunta, l’hanno subito portata nel più vicino ospedale e qui i sanitari hanno potuto constatare che il feto era morto da almeno venti giorni.

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Mentre Avin Irfan Zahr lottava tra la vita e la morte, il suo bambino veniva sepolto in un cimitero musulmano polacco, a Buhoniky. Il marito Murad e i figli sono stati portati nel più vicino campo per migranti e solo dopo qualche giorno hanno potuto fare visita alla piccola tomba, sperando che almeno Avin si salvasse. Ma è andata diversamente. A fine novembre, sui social Fundacja scriveva: “Murad è un eroe, ha una forza incredibile. Sa perfettamente prendersi cura dei figli più piccoli confortando quelli più grandi, che si rendono conto del pericolo in cui si trova la mamma e temono per la sua sopravvivenza”.

Diverse persone hanno già perso la vita nella crisi umanitaria al confine tra Bielorussia e Polonia. Varsavia ha vietato l’accesso all’area a giornalisti, ong e personale delle Agenzie delle Nazioni Unite e pertanto su questo lato del confine non esistono stime certe del fenomeno. Solo i volontari riportano notizie dei decessi, in quanto ne vengono a conoscenza direttamente o perché informati dai migranti.

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UNHCR: “LA POLONIA NON CI AUTORIZZA AD ACCEDERE AL CONFINE”

“Nessuna organizzazione umanitaria è stata autorizzata ad accedere alla zona di confine polacco. Noi siamo in contatto costante con il governo della Polonia affinché ci permetta di raggiungere tutti i profughi presenti in quella zona”. Rafal Kostrzynski è il portavoce della sede in Polonia dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr Poland) e la Dire lo intervista a Varsavia sull’attuale crisi dei migranti al confine tra Polonia e Bielorussia.

Da agosto, centinaia di profughi per lo più iracheni, siriani, afghani, somali e yemeneti – tutti Paesi colpiti da guerre e conflitti – sono accampati sul lato bielorusso e così il governo polacco, interpretando questa situazione come un “attacco” bielorusso alla stabilità delle sue frontiere, ha dispiegato migliaia di militari e blindato l’area del lato polacco del confine, e media e ong non possono accedervi. Neanche l’Unhcr può offrire i suoi servizi, che consistono nell’assistenza umanitaria ma, soprattutto, nel collaborare con le istituzioni per facilitare le pratiche di richiesta d’asilo o protezione internazionale. Un diritto, questo, riconosciuto dai trattati internazionali e che secondo diversi osservatori la Polonia starebbe violando, arrivando persino a respingere i profughi indietro, verso la Bielorussia.

Kostrzynski delinea il quadro della situazione: “Abbiamo potuto visitare un’unica volta due centri di registrazione dei migranti, lo scorso novembre” riferisce il portavoce, “e abbiamo potuto parlare con tre profughi iracheni”. Ma i profughi, o coloro che sono in attesa che la domanda d’asilo venga esaminata, si trovano anche “nei centri per migranti”. Come spiega ancora il responsabile Unhcr “qui finiscono anche coloro che vengono arrestati per essere entrati attraverso il confine polacco sprovvisti di visto, dopo che Varsavia ha chiuso le frontiere con la Bielorussia. Stimiamo ce ne siano oltre mille, e i richiedenti asilo potrebbero essere la stragrande maggioranza”.

Tali centri, come avvertono i difensori polacchi per i diritti umani, sono gestiti dalla Polizia di frontiera e sono centri di detenzione a tutti gli effetti. Lo staff di Unhcr ne ha visitati cinque su dieci ad agosto, ritenendo fossero in più utilizzati dalle autorità dall’inizio della crisi. Da qui, come avvertono ancora varie ong tra cui Grupa Granica, arrivano denunce di condizioni detentive difficili e di forte sovraffollamento, oltre a contatti rari o non consentiti con gli avvocati.

Come spiega Kostrzynski, “esistono poi altri centri per stranieri dove, a differenza dei precedenti, le persone possono uscire a patto di tornare, altrimenti perdono il posto. Sono strutture sotto la responsabilità del ministero dell’Interno”. Restano poi i tanti profughi sparsi nelle foreste che ricoprono la zona di frontiera tra i due Paesi, comprese Lituania e Lettonia, e che con il gelo di dicembre e l’assenza di aiuti la sopravvivenza delle persone è messa a dura prova. L’Agenzia Onu non ha dati certi sulle cifre del fenomeno: “Solo le autorità polacche e bielorusse – dice Kostrzynski – possono fare stime, essendo le uniche presenti nell’area”.

La sicurezza dei confini “per un Paese è importante – conclude l’esponente dell’Unhcr – tuttavia si può garantire assicurando al tempo stesso il rispetto dei diritti umani. Continuiamo a chiedere al governo polacco e a quello bielorusso di permettere ai migranti di fare richiesta d’asilo, trovando una soluzione umanitaria alla crisi”.
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